Atticoscienti 1a parte

Atti coscienti 1a Parte

Il trattamento si esplica per prima cosa con la rieducazione funzionale.

La rieducazione funzionale comincia con gli « atti coscienti ».

Dobbiamo uscire dalla nostra vita vissuta in modo automatico per entrare in una vita cosciente.
Siamo ipnotizzati da tutto ciò che ci è intorno, siamo vittime dei nostri nervi e non ci sappiamo adattare ai nostri dispiaceri né alle nostre delusioni; anche nelle nostre gioie, ci preoccupiamo di noi stessi, parliamo solo di noi, corriamo di qua e di la per dimenticarci, e ci attacchiamo sempre più alle cose alle quali cerchiamo di sfuggire, come un cane che si morde la coda.

Col tempo e l’esercizio si capirà che l’importante è occuparsi di noi del presente nel quale aver buoni motivi per vivere, esser felici, forti e trovare interesse nella vita.

Il primo passo per comprendere la nostra vita interiore – potrebbe esser contraddittorio affermarlo – è quello di esser coscienti in tutto ciò che facciamo.

Questa coscienza è ricettività, adesione alla realtà.

Un esempio: apro la finestra in un bel mattino di sole.
Sono assorto nei miei pensieri, concentrato su di me stesso, penso solo a me e ai miei problemi e non mi accorgo che marginalmente del levarsi del sole.
Non ho fatto un atto cosciente.
Sono riverso su di me stesso, non ho oggettivato l’evento.

Un uomo normale deve esser curioso della sua vita interiore ed esteriore; non può comprendere l’una senza l’altra.
Sono inseparabili.
Dobbiamo entrare in uno stato di presa di coscienza.

In caso contrario la vita interiore sfugge insieme a quella esteriore senza che ci se ne accorga.
Siamo preda di sensazioni e di pensieri che si accavallano l’un sopra l’altro. Siamo degli un automi.
Gli eventi i pensieri scivolano sul subcosciente senza esser registrati dal cosciente e schiacciati dal subcosciente creano problemi perché sono separati dal contesto reale.

L’atto cosciente diventa quindi un atto di esteriorizzazione, uno stato sano, felice, normale.
Il soggetto impara a farli diventare un’abitudine.
Devono diventare un riflesso.

Stabilire degli « atti coscienti », è controllare alcuni degli atti compiuti durante il giorno (camminare, alzarsi, aprire una porta, guardare una foto, una nuvola che passa, odorare un fiore).
L’ « atto cosciente » appartiene al dominio delle sensazioni.
Il soggetto deve essere completamente presente a quello che sta facendo, « sentire » l’atto e non pensarlo: ciò in quanto l’atto cosciente ha lo scopo di sospendere momentaneamente il pensiero, anche se solo per qualche secondo.
Il cervello deve essere unicamente ricettivo e la sensazione pura occupare tutto il campo della coscienza.
E’ necessario in qualche modo bagnarsi nelle sensazioni, qualunque sia l’origine: suono, colore, odore.
Dobbiamo considerare che non si tratta di una rieducazione degli organi dei sensi, ma di una rieducazione delle funzioni sensoriali.

Lo sviluppo della ricettività cosciente occupa un posto fondamentale nel metodo.
Non sarà mai sottolineato abbastanza.

« La ricettività è tutto », diceva il dottor Vittoz.

Dunque con l’aiuto dei primi esercizi, il praticien rieducherà la ricettività del soggetto, invitandolo a vedere bene il colore, l’oggetto che gli presenta, ad ascoltare bene i suoni che gli pervengono, a provare pienamente le sue sensazioni.

“Guardate! Ascoltate! Toccate!”

La prima volta che lo si prova si raggiunge uno stato di calma e di sicurezza, si riconosce che ci si possiede completamente.
Come ho detto in altra parte, è assai importante questa sensazione alla quale si giunge solo se guidati dal praticien; sensazione che ci permetterà di capire che l’esercizio è stato eseguito nel modo corretto.

Ma attenzione: non dobbiamo preoccuparci di realizzare l’atto cosciente.
L’atto cosciente forzato, voluto rende dubbiosi e ci affatica.
Esser coscienti, applicarsi all’atto che stiamo facendo è riposante, resistere invece diventa fatica.
Se non siamo in grado di svolgere un atto cosciente è perché siamo concentrati su noi stessi, la nostra vita, concentrata in noi stessi, è più importante di noi.

Val la pena approfondie ancora quanto appena espresso.
Molte persone ci dicono spesso: “Il dimenticarsi di sé stessi è un bel precetto, ne capisco l’utilità e sono degli anni che prego di arrivarci, ma come risultato sono ancor più assorbito da me stesso e conduco un’esistenza sterile e paralizzata? Cosa fare? …”

A questa domanda e a queste persone si può rispondere che il mezzo esiste e che è rappresentato dal Metodo Vittoz: si tratta in sostanza di ristabilire il controllo cerebrale, la padronanza del cosciente sull’incosciente.

Questi due termini sono essenziali e vanno debitamente compresi.
Sul cosciente abbiamo poco da dire: è il riassunto della nostra vita psichica quale come la percepiamo, ossia il nostro giudizio, la nostra ragione, la nostra libertà.
Al contrario la parte incosciente e come un mare del quale si vedono delle piccole onde che ne increspano la superficie, ma con abissi profondi e insondabili dal quale possono sorgere forze di potenza insospettabile.
Talvolta si dice di una persona preda di queste forze insondabili: “non lo si riconosce più”.

Per una buona salute psichica è necessario che le forze incoscienti siano sottomesse alla padronanza del se cosciente.

Si può assomigliare il tutto a una carrozza trainata da un cavallo. Il cocchiere è il cosciente. Quando il cocchiere si addormenta o si distrae, il cavallo va a destra o sinistra, dove lo porta la sua paura o la sua fantasia, e se il cocchiere non è accorto, potrà finire in un fosso dal quale poi faticherà non poco ad uscire.

Spesso ci si illude che il vagabondaggio cerebrale sia un riposo per la mente, si considera la volontà come uno sforzo e l’inerzia un piacere.
Per capire la portata del fenomeno pensiamo a una forza da applicare su un punto A.
Se la si applica integralmente sul punto A essa darà il massimo effetto.
Al contrario se la si applica contemporaneamente su due punti A e B, la divisione della forza sui due punti A e B ne diminuirà l’azione.
Così anche lo sdoppiamento che avviene nella nostra vita quotidiana che spesso viene considerato come utile e proficuo.

Come diventa difficile lo scrivere una lettera se quando siamo appena all’inizio si lascia la propria mente pensare già alle frasi di chiusura. Ben presto si diventa nervosi, tesi, si perde la concentrazione su quel che si voleva scrivere, finché alla fine, scoraggiati, buttiamo la penna riconoscendoci incapaci di condurre a buon fine l’impresa.

La forze di un ammalato di nevrosi sono come un fiume che si disperde in tanti piccoli rigagnoli che alla fine si perdono nella sabbia. E quel che è peggio è che questo terreno è un luogo fertile per le piante maligne: l’ossessione, lo scrupolo e l’ansia. In particolare lo scrupolo è un fenomeno assai frequente.
Quante volte un nevrotico ritorna sui suoi passi per verificare se ha chiuso la porta di casa e domandandosi con ansia “l’ho chiusa?” … e questa stesso procedere si ripresenta sotto tante forme che conducono il soggetto ad un continuo domandarsi in una tortura incessante.

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